Progressive Lawyers Group member Jason Y. Ng’s one-on-one interview with Italian national newspaper “La Repubblica” on Liu Xiaobo’s death and its impact on Hong Kong (in Italian)

“Per la Cina, Liu Xiaobo rappresentava il faro più luminoso per continuare a sperare in un Paese più libero e più aperto politicamente. Per Hong Kong, era invece l’incarnazione di tutto quello che temevamo e odiavamo del regime comunista”. E che si è tragicamente avverato.

È passata una settimana dalla scomparsa del dissidente premio Nobel per la pacemorto giovedì scorso a 61 anni nell’ospedale-prigione di Shenyang, in cella dal 2009 per quella condanna a 11 anni per “incitamento al sovvertimento dello Stato”. E ora che Pechino ha mostrato al mondo fin dove può spingersi la linea dura, negando al malato terminale di andare a spegnersi come chiedeva all’estero, respirando almeno sul letto di morte l’ultimo soffio di libertà, a tenere alta quella fiaccola sono rimasti i ragazzi di Hong Kong: che adesso temono ancora di più per il loro futuro, racconta Jason Y. Ng, l’intellettuale del movimento di Joshua Wong, autore di Umbrellas in Bloom e presidente del Pen, l’associazione degli scrittori nell’ex colonia che all’inizio del mese ha celebrato i vent’anni del passaggio alla Cina. “Sono arrabbiato: arrabbiato e depresso”.

Una grande fiaccolata mercoledì notte per ricordarlo. La morte di Liu Xiaobo è un colpo anche alle speranze di Hong Kong?
“Ogni volta che da Pechino ci esortano a essere più patriottici, noi pensiamo a quella sedia vuota a Oslo”.

La sedia lasciata vuoto dal dissidente che in cella da un anno non potette nel 2010 ritirare il premio. Qual è il messaggio che colpisce di più?
“La dichiarazione finale al processo”.

Quando dice: “Non odio nessuno, no ho nemici”?
“Era come se già presagisse la sua fine. Che sarebbe morto in cella. Tutta quella dichiarazione è un manifesto di intenti altissimo”.

Disse: “Questa sentenza non ha base morale, non potrà sopravvivere al tribunale della storia”. La storia, però, non sembra aver fatto grandi passi avanti: a Hong Kong sta facendo passi indietro, i deputati democratici squalificati, la repressione del movimento suggerita da Pechino. Vi sentite i suoi eredi?
“Non posso dire che ci sia una relazione diretta. Ma certo, ogni combattente nella madrepatria è una fonte di ispirazione per noi. Anche perché le difficoltà e i pericoli che devono sopportare sono molto ma molto più urgenti e severi di quelli che affrontiamo noi qui a Hong Kong”.

Anche questa, in fondo, una lezione.
“Eccome: se lì sono pronti a giocarsi tutto, noi non abbiamo più nessuna scusa per non farlo”.

E che cosa può fare Hong Kong, che voi dite oppressa da Pechino, per aiutare la Cina? 
“Continuare a raccontare ingiustizie e atrocità. Almeno finché qui continuerà a esserci la libertà d’espressione. Possiamo aiutarli a tirar fuori quelle storie che altrimenti lì non sarebbero mai note”.

Per prima cosa bisognerebbe provare a tirar fuori Liu Xia, la vedova, agli arresti da sette anni senza nessuna accusa, probabilmente malata di depressione.
“Qui purtroppo Hong Kong può fare davvero poco. Certo: nel mirino del partito c’era Liu Xiaobo, non lei: non dovrebbe essere una minaccia per il regime. Ma tutto quello che Hong Kong può fare è tenere alta la pressione su Pechino. E appellarsi alla stampa internazionale. E ai governi stranieri”.

Eppure anche qui: dove sono gli intellettuali cinesi applauditi dall’Occidente, perché non fanno sentire la propria voce? Liu Xiaobo fu, come lei a Hong Kong, presidente del Pen, l’associazione degli scrittori di Pechino.
“Io mi sento di alzare il ditino contro. In questo il partito è molto bravo a fare pressione. No, non mi piace dare la colpa agli altri: non è costruttivo. E poi non bisogna generalizzare: scrittori come Ma Jian, per esempio, hanno fatto sentire la loro voce. Diciamo così: io sono fortunato. Vivo a Hong Kong e posso ancora esprimermi liberamente. Ma capisco benissimo chi non può avere questo privilegio”.

Quindi lei giustifica il loro silenzio?
“Gli scrittori famosi cinesi potranno anche essere andati a vivere in Occidente. Ma l’Occidente dovrebbe ricordare che hanno parenti da difendere quaggiù: in questa Cina”.

Article originally appeared in La Repubblica on 20 July 2017